Nefrologo Ronco: "Dialisi indossabile in sperimentazione"

venerdì 12 giugno 2026
‘Con l’innovazione di Carpediem ridotta la mortalità nei neonati’
Torino, 12 giu.(Adnkronos Salute) - “Osservando l’evoluzione di molte tecnologie - dai telefoni cellulari ai sistemi elettronici portatili - abbiamo visto una progressiva e impressionante miniaturizzazione. Perché questo non è accaduto anche nella dialisi? La risposta è semplice: oltre all’elettronica, noi dobbiamo gestire grandi quantità di fluidi, e l’idraulica non può essere miniaturizzata con la stessa facilità. Nonostante ciò, abbiamo deciso di affrontare la sfida e di verificare se fosse possibile costruire un rene artificiale indossabile, il cosiddetto Wearable Artificial Kidney. Miniaturizzare significa rendere una tecnologia portabile, indossabile, potenzialmente impiantabile; significa favorire la mobilità del paziente, la deospedalizzazione, le cure domiciliari e una diversa organizzazione del welfare sanitario”. Così Claudio Ronco, Irriv- International Renal Research Institute Vicenza, nefrologo riconosciuto a livello internazionale per i numerosi e innovativi sistemi per emodialisi realizzati, intervenendo alla sessione inaugurale del Convegno Aiic-Associazione italiana ingegneri clinici, in svolgimento a Torino.“Con un gruppo multidisciplinare di ingegneri, designer e clinici abbiamo studiato la fattibilità concettuale del progetto, le tecnologie disponibili, l’ergonomia, il design, le fonti energetiche e gli aspetti logistici e gestionali - spiega Ronco - Nel 2006 abbiamo realizzato il primo prototipo funzionante. Successivamente abbiamo sviluppato numerose soluzioni, anche attraverso tecnologie di stampa 3D e modelli animali. Questo percorso ha portato alla realizzazione di quello che chiamiamo Ad-1 (Artificial Dialysis One). Proprio in questi giorni stanno prendendo avvio le sperimentazioni cliniche di questa nuova generazione di dispositivi. Ma la lezione più importante che abbiamo imparato è stata un’altra: i maggiori benefici della miniaturizzazione non riguardano l’adulto, bensì il neonato”.Fino a pochi anni fa “i bambini molto piccoli venivano trattati con la dialisi peritoneale o con apparecchiature progettate per gli adulti - illustra l’esperto - Di fatto, l’insufficienza renale neonatale rappresentava una malattia orfana dal punto di vista tecnologico. Per affrontare correttamente il problema serviva uno strumento specifico: una macchina per neonati non può essere semplicemente una macchina per adulti rimpicciolita - avverte - Il neonato non è un adulto in miniatura: possiede caratteristiche fisiologiche completamente diverse. Da questa consapevolezza è nato il progetto Carpediem (Cardio-Renal Pediatric Dialysis Emergency Machine), sviluppato per raggiungere livelli di efficienza, accuratezza e sicurezza mai ottenuti prima in questa fascia di pazienti”.Per finanziare il progetto “abbiamo organizzammo campagne di crowdfunding ed eventi di raccolta fondi di ogni genere: iniziative pubbliche, spettacoli, concerti e attività di sensibilizzazione - racconta Ronco - Siamo riusciti a raccogliere circa 400mila euro. Siamo così passati da uno schizzo iniziale, disegnato personalmente per definire le funzioni che la macchina avrebbe dovuto svolgere, a un progetto progressivamente industrializzato, fino alla realizzazione del dispositivo nel 2010 grazie alla collaborazione con il settore industriale. La macchina introduceva numerose innovazioni: nuove pompe, minifiltri dedicati, sistemi di pesatura ad alta precisione, elettronica specifica e un’architettura completamente diversa da quella delle apparecchiature disponibili fino a quel momento”. “Nel luglio del 2013 - ricostruisce l’esperto - il sistema ha ottenuto l’autorizzazione all’impiego clinico e poco dopo è arrivata una bambina di appena 2,5 chilogrammi di peso, colpita da un grave shock emorragico e da un importante sovraccarico di liquidi. Per la prima volta al mondo abbiamo applicato la macchina Carpediem utilizzando un catetere della dimensione di un capello. Dopo 25 giorni di trattamento la piccola è stata estubata. Oggi è viva. Da quando abbiamo usato Carpediem la moralità da oltre l’80% si è ridotta al 29%. Approvata dall’Fda americana, la macchina è usata in tutto il mondo”.L’innovazione deve compiere un percorso che va dal letto del paziente al laboratorio, “ma soprattutto dal laboratorio alla coscienza collettiva - riflette Ronco - I benefici dell’innovazione sono percepiti soprattutto dai pazienti, dalle loro famiglie e dai professionisti sanitari. I costi, invece, ricadono principalmente sui sistemi sanitari e sui provider delle cure. Costi ed efficacia non devono essere disgiunti dall’etica dell’innovazione: il progresso tecnologico non è fine a sé stesso, ma orientato al miglioramento della vita delle persone. Quando analizziamo una nuova tecnologia in termini di costi e benefici, inizialmente i costi possono essere elevati, ma con la diffusione dell’utilizzo e la progressiva dimostrazione dei benefici clinici, le economie di scala tendono a ridurli, mentre il valore per il paziente diventa sempre più evidente”. Vi è poi un altro aspetto fondamentale: “l’alleanza tra industria e accademia - evidenzia l’esperto - In questa relazione il paziente deve rimanere sempre al centro. L’innovazione nasce infatti dalla collaborazione multidisciplinare, e in questo contesto il ruolo dell’ingegnere clinico è assolutamente centrale. Oggi, in particolare, dobbiamo evitare che l’intelligenza artificiale venga utilizzata come sostituto del pensiero umano anziché come strumento di supporto al ragionamento clinico. Per questo - conclude - occorre coltivare la dimensione umanistica della scienza”.
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