Golfo Aranci
LA STORIA DI UN GIOVANE TALASSEMICO

La legge li tutela, ma chi la applica no
Per Davide il lavoro è un miraggio

di Antonella Brianda


OLBIA. "Sono affetto da Talassemia, ho 34 anni e sono un invalido al cento per cento, ma non per questo non ho il diritto di lavorare, visto anche che la legge, in teoria, tutela noi malati".  Davide è schietto e senza peli sulla lingua quando parla di ciò che in questi anni si è trovato ad affrontare dal punto di vista lavorativo. La malattia ormai fa parte di lui: la conosce, ci convive e la cura, ma ciò che più fa male, a parte le continue trasfusioni e i farmaci, è la quasi consapevolezza che per lui, per quelli malati come Davide, trovare un impiego è un miracolo, così come lo sarebbe guarire da questo male ereditario. Davide vive in un piccolo centro della Gallura e come molti suoi coetanei è alla continua ricerca di un'occupazione, perché "il lavoro mi fa sentire indipendente e libero, mi aiuta a non pensare alla malattia". Diplomato in una scuola professionale, Davide ha lavorato per circa sette anni come metalmeccanico per una ditta che svolgeva commissione per le Ferrovie dello Stato; per anni si è occupato di piccole riparazioni ai treni merci. Ma le commesse sono finite e la ditta, così come tante altre, si è vista costretta a chiudere i battenti e mandare a casa i dipendenti. "Ho passato due anni in mobilità, senza mai riuscire a trovare un altro lavoro, nonostante sia iscritto all'interno delle liste di collocamento nella sezione apposita per gli invalidi. Sono stato chiamato pochissime volte dall'ufficio e tutte le volte mi sono stati proposti lavori che non potevo svolgere a causa della mia malattia", racconta Davide. 


Ciò che fa arrabbiare il giovane non è tanto il fatto che non ci sia disponibilità d'impiego, quanto che esista una legge, del 12 marzo del 1999 n. 68 "Norme per il diritto al lavoro dei disabili", di cui Davide conosce perfettamente pressoché ogni articolo, che obbliga i datori di lavoro che abbiamo un certo numero di dipendenti, ad assumere il proprio personale anche attingendo dalle liste protette. Leggere il testo di questa legge riempirebbe di orgoglio anche il meno patriottico degli italiani, perché al suo interno sono racchiusi fondamentali principi di uguaglianza e civiltà; se non fosse che però, nella pratica, nella vita di tutti i giorni, questi principi nobili e alti vengano scavalcati dalla legge del profitto e dell'interesse. A Davide sono stati sempre proposti impieghi da facchino, magazziniere e l'ultimo, la scorsa estate, come "uomo di fatica": avrebbe dovuto lavorare per una ditta gallurese che trasporta prodotti alimentari surgelati nei locali della Costa Smeralda e non solo. Davide, fortemente anemico e debole, sarebbe dovuto entrare e uscire da celle frigo le cui temperature arrivano a meno trenta gradi, per caricare i pacchi congelati all'interno di camion frigo, il tutto durante il periodo estivo, con uno sbalzo termico notevole. Davide che è invalido al cento per cento; Davide le cui difese immunitarie sono a terra; Davide il cui nome è all'interno di una "lista protetta".


Eppure la legge parla chiarissimo; all'articolo 10 dice così:"Il datore di lavoro non può chiedere al disabile una prestazione non compatibile con le sue minorazioni". Ma le leggi, si sa, in molti casi, sono fatte per essere aggirate e di questo Davide è tristemente convinto: "Molte aziende non assumono dalle liste protette, o cercano delle scorciatoie solo per ottenere le agevolazioni previste dalla legge; ti chiedono di fare un certo tipo di lavoro all'inizio, ma poi ti costringono a lavorare di più e se non lo fai trovano una scusa per mandarti via e prendere un altro invalido disposto a fare quello che tu proprio non riesci a fare. E non perché sei pigro e non vuoi lavorare, ma perché sei malato".

 

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