Giornate Europee del Patrimonio Culturale 2019, a Olbia una conferenza sulla collezione Reksten

OLBIA. In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio Culturale, si terrà una conferenza presso il Museo Archeologico di Olbia il 21 settembre alle 19. Nell’incontro si illustrerà un versante dell’attività delle Soprintendenze ignoto al pubblico, attraverso la narrazione della complessa vicenda del salvataggio della collezione Reksten. Si tratta di strepitosi marmi romani figurati di I - III sec. d. C., comprendenti un sarcofago con immagine del defunto inserita in uno scudo, tre urne cinerarie decorate e iscritte, un frammento di sarcofago con testa di leone, un capitello corinzio, un frammento di rilievo con immagine di Hesperos (pianeta Venere come stella della sera), una fronte di sarcofago con corse di quadrighe di amorini nel Circo Massimo.
Rinvenuti a Roma nel ‘600, di alcuni è nota l’avventurosa storia del  transito in importanti collezioni storiche: prima dei marchesi  Giustiniani e dell’ artista Piranesi in Roma, poi dei conti di Bessborough e di Lonsdale nel Lowter Castle in Inghilterra.
In possesso nel 1996 dalla famiglia norvegese Reksten ed esposti nella loro villa in Costa Smeralda, i reperti stavano per essere esportati  all’estero quando la Soprintendenza intervenne restituendoli definitivamente al patrimonio culturale italiano.
Prima della conferenza, dalle ore 17 nella Sala delle conferenze del Museo sarà proiettato in continua il power point delle immagini ed il personale della Soprintendenza sarà disponibile ad illustrarlo e a dare informazioni anche sull’intero Museo.

Storia della collezione
I marmi furono rinvenuti nel sottosuolo di Roma prima del 1637, anno nel quale compaiono nel testamento del primo possessore, il marchese Vincenzo Giustiniani.
Alla sua morte la collezione fu venduta. Una parte era presente nel 1769 tra gli oggetti di antichità posseduti da Giovan Battista Piranesi, autore delle celeberrime vedute delle rovine di Roma antica,  e fu poi acquistata da Lord Northwick, i cui eredi la cedettero a William Lowther conte di Lonsdale, che la esponeva nel suo Lowther Castle in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento.
Gli altri pezzi furono ceduti attorno al 1735 dagli eredi del marchese Giustiniani a William Ponsonby conte di Bessborough, i cui eredi a loro volta li vendettero allo stesso W. Lowther che già possedeva i primi. La collezione così riunita fu poi acquistata ad un’asta da Sotheby’s dall’antiquario Fallani di Roma, dal quale la comprò la famiglia di armatori norvegesi Reksten negli anni ’60 del Novecento, che la allocò nella propria villa di Capriccioli in Costa Smeralda.
La collezione Reksten si segnala quindi non solo per l’intrinseco valore artistico dei pezzi, ma anche perché ha attraversato in modo molto paradigmatico la storia del collezionismo europeo di antichità nei secoli nei quali le antichità greche e romane dell’Italia costituivano parte importante della formazione culturale e del gusto dell’elites intellettuali europee.

Il salvataggio della collezione
Nel 1996 la Soprintendenza Archeologica venne a conoscenza della collezione quando la famiglia Reksten chiese l’autorizzazione al trasporto in Inghilterra. Il possesso era legittimo perché i pezzi furono rinvenuti addirittura nel XVII sec., e per impedirne l’esportazione fuori dal territorio italiano fu emanato un decreto di vincolo che consentì alla Soprintendenza appunto di vietarne il trasferimento all’estero. Grazie a tale atto di tutela fu anche possibile per il Ministero per i Beni Culturali esercitare il diritto di prelazione al momento della vendita dei pezzi da parte dei Reksten ad un antiquario romano, quindi subentrando al suo posto come acquirente, per una somma di soli 50 milioni di lire dell’epoca, di molto inferiore al reale valore.
La collezione fu così salvata e riacquisita al patrimonio culturale italiano, con una trafila burocratica ricca di colpi di scena alla Sherlock Holmes (indirizzi postali sbirciati di soppiatto su una scrivania, abili conversazioni per far cadere in contraddizione reticenti interlocutori ecc.) ed è ora esposta al Museo Archeologico Nazionale di Sassari.

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SIDDURA MAÌA