I lavoratori della Sebon di Olbia da 3 mesi senza stipendio e cassa integrazione

OLBIA. I dipendenti di Sebon srl, la lavanderia industriale di proprietà della famiglia Iervolino, sono da tre mesi senza stipendio e senza cassa integrazione. “Una situazione insostenibile per i lavoratori e intollerabile, denuncia Marino Bussu, segretario provinciale Filctem Cgil della Gallura. Nel caso specifico la colpa dei ritardi nell’erogazione dell’ammortizzatore sociale - richiesto dalla Sebon per il calo di commesse dovuto al Covid- 19 - non è dell’Inps.
La nuova cassa integrazione per i dipendenti, che sono trentotto, è partita il 20 luglio scorso, ma c’è voluto un mese per stilare il verbale di accordo nella sede di Confindustria. La Sebon ha inviato la richiesta di cassa integrazione all’Inps soltanto a fine settembre. A quel punto anche l’Inps ha accumulato un ritardo di un mese, concedendo l’autorizzazione alla cassa integrazione il 27 ottobre. Ritardi a cui si sommano quelli dell’azienda, che sta inoltrando in questi giorni all’Inps il modello SR41.
“Spesso accusiamo l’Inps di non essere organizzata ed è così - dice Bussu - ma in questo caso le colpe sono anche dell’azienda. Se la Sebon avesse anticipato la cassa integrazione ai propri dipendenti, come fanno moltissime società, allora non ci sarebbero problemi. Ma in questo caso non l’ha fatto e dunque i dipendenti sono da tre mesi senza stipendio e senza ammortizzatori sociali. Adesso rischiano di vederei pochi soldi della CIG se va bene per Natale, se non oltre la Befana. E’ gravissimo”.
In questo contesto disastroso, la Filctem Cgil auspica che i tempi burocratici per l’erogazione della cassa siano accorciati il più possibile e non può non esprimere il massimo dissenso per il comportamento della società di Iervolino. “Un gruppo che sino a poco tempo fa aveva il 60% del mercato delle lavanderie industriali - spiega Bussu -, con 200/300 dipendenti fissi tra Olbia e Cagliari e un fatturato milionario, ora si è ridotto a essere una piccola realtà, con commesse cedute ad altre società e l’incapacità di proteggere quei pochi dipendenti rimasti”.
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