Il fotografo Antonello Zappadu a Olbia per la serie degli incontri dell'associazione Argonauti

OLBIA. L'associazione Argonauti promuove una serie di incontri sulla fotografia che si terranno presso il Politecnico Argonauti nel corso dei prossimi mesi. Il secondo incontro della serie, che si terrà venerdì 23 febbraio alle ore 18:30, avrà come protagonista il fotoreporter olbiese Antonello Zappadu, con un reportage intenso e scrupoloso sullo stupefacente più in voga del nostro tempo, la cocaina.
Zappadu, protagonista di tante vicende storiche in Sardegna, dai sequestri alle cronache più recenti, ha trascorso un periodo importante della sua vita in Colombia. E' li che nasce il lavoro Cocaina, dalla coltivazione, alla preparazione, al tentativo spesso vano di impedirne la diffusione; sono questi i momenti che Zappadu ha immortalato e che racconterà al pubblico durante la serata a commento delle sue foto.
 
«Spesso, durante i miei viaggi nei percorsi della cocaina - ha raccontato il fotografo- , nei contatti e nelle interviste, la mia nazionalità Italiana mi ha aiutato tantissimo a relazionarmi con le persone.
Nell'immaginario di molti, essere italiano significava conoscere, (chissà poi perché?) la mafia. E quindi diventava doveroso poterla raccontare, se non persino spiegare. In fondo a loro piaceva sentire come, da noi in Italia, era da tempo risaputo che le mafie fossero tante e diversamente organizzate, anche se, al contempo, univoche nell'assoldare criminali, fidelizzarli in codici d'onore primitivi e ghettizzanti, per ottenere proventi esponenziali per le loro “famiglie”. In parole più semplici: ottenere denaro dal crimine, denaro utile da investire in altri crimini, per ottenere ancora altro denaro... all'infinito.
E poiché non esiste niente di meglio della cocaina per far denaro, anche ai miei interlocutori veniva piuttosto semplice capire come certi nuovi percorsi “colombiani” potessero giocoforza coincidere con gli storici percorsi dei “padrini” delle storiche “famiglie” italiche.
La cocaina è, di sicuro, il bene criminale più “lucroso” della terra.
Quantomeno finché durerà il proibizionismo. Ogni dollaro investito in cocaina, alla fin della “filiera”, maggiora dalle 750 alle 1.200 volte l'investimento iniziale.

Il “Cocalero”. Il vero motore di tutto questo ingranaggio è il contadino. Colui che semina, raccoglie e poi trasforma. Succube delle multinazionali del tabacco, del cacao e della frutta, il cocalero è una diretta conseguenza dello sfruttamento, senza etica e senza cuore, della globalizzazione. La condizione di povertà del contadino grazie alla foglia di coca diventa una condizione che va aldilà della sopravvivenza, il contadino diventa cocalero per costrizione. La foglia di coca ha mercato, la papaya, l'ananas, il mango e il banano no. Costretto per necessità a coltivare la foglia di coca, è lui a trasformarla in base e per fare questo deve usare prodotti fortemente tossici e cancerogeni. Nel febbraio 2007 fui invitato ad assistere, nella regione del Putumayo, alle fasi preliminari di raffinazione e assistetti ad un fatto sconcertante: aggiungendo l'acido solforico nel guarapo de coca il cocalero constatava l'acidità della benzina versando alcune gocce nella punta della lingua. Benzina ed acido solforico, sono una miscela esplosiva che negli anni porta questa misera popolazione a fare i conti con la propria salute o, peggio, la morte.


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