OLBIA. Cosa accadrebbe se l'atmosfera terrestre si surriscaldasse improvvisamente di altri 36 gradi? È lo scenario apocalittico da cui siamo salvati ogni giorno, nel silenzio generale, dalla gigantesca massa d'acqua che copre il pianeta: il mare. Proprio per rompere questo muro di indifferenza, ieri sera la splendida cornice del Waterfront di Porto Cervo, nel cuore del Porto Vecchio, ha ospitato il secondo appuntamento della rassegna “Voci dal mare”, un'iniziativa promossa da Smeralda Holding all'interno del programma Blue Days per riflettere sul delicato equilibrio che lega l’uomo alla natura. Davanti a un pubblico attento, il giornalista Edoardo Vigna, responsabile di Pianeta 2030 del Corriere della Sera, ha coordinato un dibattito serrato tra grandi protagonisti della divulgazione scientifica, capaci di svelare la drammatica e silenziosa crisi che sta colpendo l'oceano globale e il Mediterraneo.
La discussione ha poi trovato un ponte immediato con gli ecosistemi terrestri grazie a Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale. Il neurobiologo ha voluto offrire una misura concreta e storica dell'accelerazione della crisi climatica, condividendo un ricordo personale legato all'inizio della sua attività di ricerca. Mancuso ha rievocato gli esperimenti condotti circa 35 anni fa nel sud della Toscana, in zone caratterizzate da emissioni geotermiche natuarlmente ricche di anidride carbonica come Rapolano, dove gli scienziati studiavano le reazioni delle piante all'aumento dei gas serra. «Sai quant'era l'anidride carbonica, quella normale dell'atmosfera 35 anni fa? Era intorno alle 300 parti per milione», ha spiegato il professore, ricordando che i ricercatori lavoravano artificialmente per arricchire l'ambiente e spingere la vegetazione a confrontarsi con una soglia futura ipotizzata intorno alle 500 parti per milione. La realtà attuale, purtroppo, ha quasi agganciato quegli scenari sperimentali: «Beh, oggi noi abbiamo nell'atmosfera 425 parti per milione e non siamo a Rapolano però». Il dato medio globale dell'intera atmosfera ha ormai raggiunto i livelli che un tempo si potevano riscontrare soltanto in rari e isolati siti di emissione naturale.
A chiudere il cerchio delle responsabilità è stato l'intervento del geologo Mario Tozzi, primo ricercatore del CNR. Partendo dalle tesi del suo ultimo libro, “Caro Sapiens: la storia della Terra e le scelte dell'umanità”, Tozzi ha analizzato le cause antropiche profonde di questo squilibrio, mostrando come decisioni storiche e modelli di sviluppo insostenibili stiano alterando in modo irreversibile la termodinamica dei mari e del pianeta. L'incontro si è concluso con l'auspicio condiviso di trasformare finalmente la consapevolezza scientifica in scelte quotidiane concrete, superando l'abitudine e l'indifferenza prima che le conseguenze ecologiche ed economiche diventino del tutto ingestibili.
A tracciare i contorni del problema è stata la scienziata presidente di Worldrise ed esperta di conservazione marina Mariasole Bianco, che ha definito l'oceano come «il nostro principale alleato nella lotta alla crisi climatica», un immenso scudo biologico il cui ruolo vitale è stato purtroppo riconosciuto a livello istituzionale con colpevole ritardo. I numeri parlano chiaro: l'oceano ha assorbito il 93% del calore in eccesso generato dai gas serra e sequestra quotidianamente circa il 30% dell'anidride carbonica prodotta dall'uomo. Una protezione titanica, che tuttavia comporta un prezzo spaventoso in termini di riscaldamento delle acque, acidificazione e deossigenazione. Quest'ultimo fenomeno, in particolare, crea una stratificazione termica che impedisce il riciclo dell'ossigeno, portando alla proliferazione delle cosiddette "zone morte". Il collasso degli ecosistemi trova il suo emblema nello sbiancamento dei coralli: l'aumento delle temperature spezza la symbiosi tra l'animale e l'alga zooxanthellae – che gli garantisce nutrimento e colore – provocando la perdita di oltre il 50% delle barriere coralline mondiali, ecosistemi che da soli supportano un quarto di tutta la vita marina. Una tragedia ambientale che si traduce immediatamente in una crisi socio-economica per milioni di persone. Nonostante questa centralità, Bianco ha sollevato un paradosso politico impressionante: la prima volta che la parola "oceano" è comparsa in un testo ufficiale delle Nazioni Unite è stato solo nel 2015 alla COP21 di Parigi, e soltanto come una semplice «parolina del prologo». Da qui nasce l'invito pressante a implementare soluzioni basate sulla tutela della natura, proteggendo santuari di biodiversità come le mangrovie e la nostra Posidonia oceanica.
La discussione ha poi trovato un ponte immediato con gli ecosistemi terrestri grazie a Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale. Il neurobiologo ha voluto offrire una misura concreta e storica dell'accelerazione della crisi climatica, condividendo un ricordo personale legato all'inizio della sua attività di ricerca. Mancuso ha rievocato gli esperimenti condotti circa 35 anni fa nel sud della Toscana, in zone caratterizzate da emissioni geotermiche natuarlmente ricche di anidride carbonica come Rapolano, dove gli scienziati studiavano le reazioni delle piante all'aumento dei gas serra. «Sai quant'era l'anidride carbonica, quella normale dell'atmosfera 35 anni fa? Era intorno alle 300 parti per milione», ha spiegato il professore, ricordando che i ricercatori lavoravano artificialmente per arricchire l'ambiente e spingere la vegetazione a confrontarsi con una soglia futura ipotizzata intorno alle 500 parti per milione. La realtà attuale, purtroppo, ha quasi agganciato quegli scenari sperimentali: «Beh, oggi noi abbiamo nell'atmosfera 425 parti per milione e non siamo a Rapolano però». Il dato medio globale dell'intera atmosfera ha ormai raggiunto i livelli che un tempo si potevano riscontrare soltanto in rari e isolati siti di emissione naturale.
A chiudere il cerchio delle responsabilità è stato l'intervento del geologo Mario Tozzi, primo ricercatore del CNR. Partendo dalle tesi del suo ultimo libro, “Caro Sapiens: la storia della Terra e le scelte dell'umanità”, Tozzi ha analizzato le cause antropiche profonde di questo squilibrio, mostrando come decisioni storiche e modelli di sviluppo insostenibili stiano alterando in modo irreversibile la termodinamica dei mari e del pianeta. L'incontro si è concluso con l'auspicio condiviso di trasformare finalmente la consapevolezza scientifica in scelte quotidiane concrete, superando l'abitudine e l'indifferenza prima che le conseguenze ecologiche ed economiche diventino del tutto ingestibili.
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