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Sanità: Cimo, stop aggressioni a medici gli strumenti ci sono

Quici, scarsa applicazione e conoscenza norme esistenti, direzioni sanitarie facciano la loro parte

salute
AdnKronos
Roma, 26 ott. (AdnKronos Salute) - "Per affrontare la crescita vertiginosa di atti di violenza nei confronti del personale sanitario, fenomeno che nell’ultimo anno ha assunto una dimensione drammatica, il primo passo è la rigorosa applicazione degli strumenti normativi esistenti, che attualmente sembrano essere rimasti lettera morta nell’organizzazione delle aziende sanitarie". A dirlo Guido Quici, presidente nazionale del sindacato dei medici Cimo, in occasione del convegno promosso dal Collegio italiano dei chirurghi (Cic) presso la Camera dei Deputati sul tema delle aggressioni nella sanità e sulla nuova proposta di legge contro la violenza e le molestie nei luoghi di lavoro.Secondo Cimo "è necessaria l’immediata e inderogabile applicazione degli strumenti a disposizione, rendendo ad esempio obbligatoria la raccomandazione n.8 del ministero della Salute. E ancora, attuando tassativamente sia l’art. 2087 del Codice Civile, che obbliga i datori di lavoro a misure per la tutela dell’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, sia il decreto legislativo 81/08, art.3, che indica gli obblighi contrattuali del datore di lavoro in termini di salute e sicurezza, incluso il documento di valutazione dei rischi." Lo scorso maggio, ricorda una nota, "Cimo aveva inviato formale diffida alle aziende sanitarie affinché rendessero noti i rispettivi piani per la sicurezza. Infine, si aggiunga l’articolo 70 del codice deontologico della professione medica secondo il quale '…il medico deve esigere da parte della struttura in cui opera ogni garanzia affinché le modalità del suo impegno e i requisiti degli ambienti di lavoro non incidano negativamente sulla qualità e la sicurezza del suo lavoro…', per il quale è fondamentale il ruolo degli Ordini professionali dei medici".Secondo un’indagine Cimo sull’effettiva conoscenza e applicazione della Raccomandazione ministeriale n.8 da parte di aziende sanitarie/ospedaliere e dei segretari aziendali "su circa 200 strutture intervistate hanno risposto solo in 82, confermando l’applicazione della Raccomandazione nel 96% dei casi. Peccato che la stessa domanda, rivolta ai segretari aziendali, ha fatto emergere che su 82 solo 53 hanno dichiarato di conoscere i contenuti della stessa e solo 29 ne confermavano l’effettiva attuazione. Tanto dimostra la bassa sensibilità all’indagine e la scarsa assunzione di responsabilità sul problema sicurezza da parte delle direzioni, ma soprattutto evidenzia la mancata conoscenza degli strumenti di prevenzione esistenti e la cattiva comunicazione interna sulle disposizioni da attuare, oltre alla carenza di formazione del personale su questo tema"."Dietro l’evidente e innegabile aumento dei casi di violenza denunciati -conclude Quici - rispetto ai quali sono ancor più numerosi quelli non segnalati per reticenza o paura o sottovalutazione, esiste un fenomeno complesso di malessere sociale e individuale. Frequenza e gravità di alcuni atti hanno acceso i riflettori mediatici sul fenomeno ma la narrazione continua a riflettere una distorsione della percezione che si esaurisce in una generica rappresentazione di presunta malasanità ma non indaga sulle cause profonde, che sono prevalentemente da attribuire a problemi di natura organizzativa o a norme disattese. Chiediamo che si rendano immediatamente esecutive raccomandazioni e leggi già oggi valide e utili".

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