Golfo Aranci

In Sardegna un esercito di giornalisti precari sfruttati e sottopagati: lo dice il rapporto Ucsi

OLBIA. La fotografia appena scattata dal rapporto dell'Ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana) sul mondo del giornalismo in Sardegna è disastrosa. La relazione, appena presentata a Cagliari, è piuttosto preoccupante. Si parla di 762 giornalisti professionisti e di 408 pubblicisti che vivono di solo giornalismo, ma che nella maggior parte dei casi guadagna meno di duemila euro all'anno, il 42,1 percento. Il 23,2 percento guadagnerebbe tra i 2mila e i 7mila euro. Solo il 10 percento tra i 15mila e i 25mila euro all'anno. Per esemplifiare la situazione, il 65 percento dei giornalisti guadagna mediamente tra i 170 e i 580 euro mensili). Si vive alla giornata, con paghe da fame per ogni singolo articolo (dai due euro ai venti euro a seconda dei giornali) e prospettive di assunzione a tempo indeterminato ormai quasi pari allo zero. Una gavetta continua, molto spesso a partita Iva e tutt'altro che lavoro autonomo, ma che può durare decine di anni e in alcuni casi non concludersi con un contratto "vero".

Le uniche certezze, secondo la relazione, le hanno i giornalisti assunti a tempo indeterminato nelle testate storiche sarde: Unione Sarda/Videolina e La Nuova Sardegna.  Tutti gli altri, compresi i collaboratori di queste importanti testate regionali, navigano a vista e molti sono quelli che nel percorso hanno rinunciato perché diventato un mestiere insostenibile e a totale carico dei giornalisti stessi. Ed ecco allora crescere, secondo il rapporto dell'Ucsi Sardegna, l'insofferenza verso l'Ordine dei Giornalisti e il sindacato che secondo gli intervistati "dovrebbero essere ripensati e soprattutto più vicino ai più deboli". Proprio domani, 13 maggio si terranno le elezioni per il rinnovo dei consiglieri e del presidente dell'ordine regionale ai quali spetterà il compito di cambiare marcia, di uscire dall'ombra e portare avanti le battaglie dei propri iscritti.

Le nuove sfide riguardano un esercito di centinaia di professionisti e pubblicisti che potrebbero trovare posto nelle pubbliche amministrazioni se solo si chiedesse con forza l'applicazione della legge 150 del 2000 per gli uffici stampa, se si legassero i contributi pubblici, soprattutto quelli regionali, all'assunzione sul territorio di precari, se si incrementassero i contributi per le realtà online che stanno crescendo a vista d'occhio e che assumerebbero volentieri nuovi giornalisti, se si rilanciasse un vero confronto con gli editori per un patto sul futuro dei giornalisti sardi e dunque sulla qualità del lavoro.

Passa anche da qui la battaglia per la libertà di stampa e per il futuro del giornalismo. Come può essere libero un giornalista che ha un reddito che è ben al di sotto della soglia di povertà? Come si può scrivere un'inchiesta senza le opportune coperture legali e contrattuali? La ricerca dell'Ucsi ha investito un campione di 263 giornalisti su un totale di circa un migliaio tra professionisti e pubblicisti. Su 1394 iscritti all'ordine regionale dei giornalisti sardi solo 224 risultano contrattualizzati. Quasi il 50 percento degli intervistati, come si legge nel rapporto, ritiene che le competenze e la bravura siano importanti, ma che servano raccomandazioni politiche per essere assunti. Il 34,4 percento, invece,  ritiene che la bravura non conti nulla e che contino solo le conoscenze politiche e le amicizie giuste per arrivare al tanto sospirato contratto. La rimanente parte, un 18 percento, ritiene che si venga assunti per meriti personali. Nonostante questa triste e pesante realtà, l'esercito di precari continua a lavorare a testa bassa e a scrivere perché ritiene che il mestiere del giornalista sia il più bello del mondo.

Il rapporto presentato a Cagliari, sarà oggetto di discussione anche a Sassari il 19 maggio prossimo nei locali del smeinario arcivescovile.

 
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