Rapina in una gioielleria a Sassari
La polizia individua i responsabili

OLBIA. Al termine di un’elaborata attività investigativa, il personale della Squadra Mobile è addivenuto all’identificazione degli autori della rapina commessa nell’estate 2015 ai danni della gioielleria Puggioni, di via Turritana a Sassari.
Nei giorni scorsi, infatti, è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari ai responsabili, un 40enne, un 34enne ed un 48enne.
Nello specifico, nel mese di luglio del 2015, due malviventi a bordo di una moto, col volto completamente travisato da caschi da motociclista, raggiungevano la bottega orafa suindicata e, mentre il conducente restava in attesa all’esterno alla guida del motoveicolo col motore acceso, il passeggero faceva irruzione nella gioielleria portando con sé una sacca sportiva dalla quale, una volta all’interno dell’esercizio, estraeva una pistola che puntava contro le due titolari, intimando loro di consegnargli i preziosi. Le due vittime cercavano di opporre resistenza e di dissuaderlo dal gesto criminale, ma il delinquente non desisteva rovistando i cassetti e portando via numerosi oggetti presenti nelle vetrine.
Approfittando di un momento in cui il rapinatore era intento ad asportare i beni, una delle titolari gli saltava addosso ingaggiando con lui una colluttazione e riuscendo a fargli cadere di mano la pistola.
L’uomo che attendeva all’esterno, accortosi della lotta, urlava e suonava ripetutamente il clacson, incitando il complice a fuggire.

Tutto il trambusto attirava l’attenzione di un vicino di casa che, intuendo l’accaduto, senza esitazione, interveniva e con uno spintore disarcionava il motociclista che, nonostante la caduta violenta al suolo, riusciva a rialzarsi e darsi precipitosamente alla fuga, dileguandosi nel centro storico cittadino.
Il primo rapinatore, uscito dalla gioielleria, cercava intanto di recuperare la moto, ma veniva anche lui affrontato dal coraggioso cittadino che gli strappava il casco e lo colpiva più volte; l’energumeno, tuttavia, riusciva a divincolarsi e anche lui faceva perdere le proprie tracce.

Da questo scenario sono partiti gli investigatori per individuare gli autori, grazie anche alla preziosa testimonianza di un ciclista che aveva seguito i criminali nella loro fuga, fino all’abitazione in cui si erano rifugiati.
Dai primi accertamenti emergeva che proprio quel supporto logistico, era stato fornito da un complice, che decedeva poco tempo dopo per cause naturali e per il quale pertanto non si è proceduto penalmente, perché la sua morte ha estinto il reato commesso; in effetti, nel corso della perquisizione presso la sua abitazione, succeduta al fatto, chiaramente non furono ritracciati i fuggitivi ma furono sequestrati elementi utili alle indagini.

Sulla scena del crimine, invece, durante il sopralluogo nell’immediatezza della rapina, erano state repertate tracce di sangue e impronte digitali presenti sul motociclo abbandonato dai fuggitivi, reperti che da analisi successive, sono risultati riconducibili al 40enne. Quest’ultimo, sentito negli Uffici della Squadra Mobile in merito all’accaduto, grazie anche alle ulteriori testimonianze verbalizzate con elementi indiziari nei suoi confronti, ammetteva in modo parziale le sue responsabilità. Per quanto attiene invece i gravi indizi di colpa del 48enne, questi sono emersi pochi giorni dopo dal fatto, perché egli, proprio mentre il 40enne, veniva escusso dagli investigatori, stazionava all’esterno della Questura con una vistosa ingessatura al braccio, ignaro di essere attentamente osservato mentre attendeva il suo amico.

Si accertava inoltre che quest’ultimo il giorno del fatto criminoso, non si era presentato, proprio nell’orario coincidente con la rapina, negli uffici della Questura come previsto dalla misura impostagli dall’Autorità Giudiziaria.
Sentito in merito a tale mancata presentazione, lo stesso riferiva di aver avuto un incidente stradale, fornendo a verbale un racconto quanto meno anomalo dell’accaduto, poiché contrastante con quanto dichiarato alla compagnia assicurativa relativamente ai luoghi e ai soggetti coinvolti nel sinistro.
E’ emerso successivamente che il 34enne, dietro compenso, ha fornito un alibi sicuro all’uomo che era alla guida della moto, aiutandolo nella simulazione dell’incidente e dichiarando che le lesioni fossero dovute all’incidente stradale – mai avvenuto – mentre in realtà quelle ferite avvennero proprio durante la rapina.
I due in tal modo hanno solamente tentato di recuperare l’epilogo negativo della rapina, cercando di incassare il risarcimento (peraltro non avvenuto) ottenendo per contro, entrambi, un ulteriore capo di imputazione per truffa ai danni dell’assicurazione e, solo per il 34enne, per favoreggiamento personale.

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SIDDURA MAÌA