I levrieri del mare

11/07/2016 - 12841 visualizzazioni
di Rita Careddu dal blog Porto Cervo LifestyleÈ un mercoledì mattina di primavera quando la suoneria intona la melodia di Williams Pharrell – Happy – (quella che i miei figli chiamano Minions) e il nome di Mark compare sul display del telefono.
Mi si illumina una lampadina e rispondo.
Mark è un uomo che ha girato il mondo e, come ogni anno, fa tappa a Porto Cervo per le regate. Come da scaramantica consuetudine, mi prenota per un caffè e per fare quelle due chiacchiere che, come dice lui, sono il migliore degli auspici per tutta la sua imbarcazione, vincente nelle ultime edizioni.
Già mi vedo.
La decappottabile delle grandi occasioni, la pashmina color crema che svolazza, le note di Get Lucky che danzano nell’abitacolo, come Grace Kelly in Caccia al ladro. E invece no, la mia Kia impolverata è ferma a bordo strada e l’uomo che mi ha appena tamponato non è Hitchcock che vuole rigirare la scena, ma tale Franco che ha visto lo stop all’ultimo momento.
Mentre il mio nuovo amico Franco mi chiede se ho con me un CD (che poi scopro essere la sua personalissima visione della Constatazione Amichevole) la mia mente è andata in stand-by, quasi volesse preservare quel minimo di freschezza per la giornata. Poche scartoffie che non intaccano il mio umore e si parte. Ovviamente in ritardo, parola entrata di diritto nel mio vocabolario quotidiano. Pagina uno.
Ok, la poetica visione mattutina è ora composta da capelli arruffati, maglia impolverata, occhiali appannati e trucco leggero sbavato qua e là.
Corro. Mark mi aspetta per l’augurio porta fortuna.
Varco finalmente l’ingresso. C’è fermento nell’aria. Si respira. Gesti frenetici e alfieri immobili che sfidano l’orizzonte. Uomini che corrono, altri che meditano. La vela è un mondo a sé. Le condizioni meteo sono perfette per veleggiare.
Intravedo in lontananza un indaffaratissimo Mark che sta cercando di sistemare la drizza della randa mentre qualcuno dal molo lo esorta a salpare.
Intravedo uno sguardo severo che si distende appena incrocia il mio.
Eccolo, è pronto, lascia finalmente andare la cima, spezzando quell’ultimo legame fra terra e mare.
Mentre saluto l’equipaggio che si allontana, sento il telefono vibrare.
Leggo il messaggio
“I told you che non partito senza your saluto portafortuna”, Mark sta evidentemente cercando di imparare l’italiano.
Ora che il mio doveroso contributo alla cabala è salvo, continuo a muovermi tra le banchine.
Sono decine le barche che sfilano davanti a me, tutte moderne, prestanti, leggere, dei gioielli che impreziosiscono le acque. Qui più che mai la passione per il mare si fonde con l’eccellenza del design e della tecnologia. Mentre osservo gli equipaggi, noto come tutti si muovono all’unisono, perfetti, sembra la cassa di un orologio, in cui ogni ingranaggio da un senso al successivo. Eppure questi levrieri del mare sono frutto dell’ingegno dell’uomo e ad esso ritornano per essere governati.
In partenza gli equipaggi si studiano, si sfidano, a volte volano parole che sembrano accuse, ma è tutto un gioco di nervi che si snoda sottile e in perfetta sintonia con quell’agonismo sano che anima questo sport. Fiere che ruggiscono a debita distanza.
Perché la vela è precisione, studio, lungimiranza, ma anche e soprattutto istinto.
Mentre le barche si ricorrono tra le trappole del vento, io torno alle mie responsabilità, perché la Loro Piana Super Yacht Regatta per la mia agenzia è anche il battesimo del mare, fatto di accoglienza, immagine e comunicazione.
E il tempo passa fino al rientro degli equipaggi.
Lo scenario all’arrivo cambia completamente.
La competizione lascia il campo a un clima goliardico, viene accantonata ogni tensione e quel clima belligerante lascia il campo a un gran senso di amicizia e cameratismo che fa dei velisti un’unica famiglia allargata.
Mark questa volta non ha vinto, ma al momento non sembra preoccuparsene, balla abbracciato a sua moglie e scherza allegramente con un avversario fresco di medaglia.
Al suo arrivo mi ha scritto “next time puntuale però” seguito da una decina di smile.
Tutto questo mi fa sorridere, perché penso a come la natura umana sia un ciclo infinito di lotta per quella piccola supremazia dell’uno sull’altro, un eterno confronto per il quale si investono grandi energie. Fin da quando da bambini passiamo le serate a urlare per una figurina o per quell’ultimo canestro valido.
Questo è uguale per ogni età e per tanti scenari diversi.
Ma quando cala il sole e le energie le devi ricaricare, la migliore terapia è sempre un abbraccio nella notte.


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SIDDURA MAÌA